Oggi è morto Francesco Guccini
Francesco Guccini, che è quindi immortale, è morto mentre tutti ci lamentiamo del caldo, essendo noialtri come sempre quella roba che aveva scritto lui: chi aspetta sempre l’inverno, per desiderare una nuova estate.
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Se uno storico dovesse spiegare a un antropologo marziano che cosa sia stata l’Emilia del secondo Novecento, probabilmente non gli mostrerebbe una tessera del Partito comunista né una Ferrari, un tortellino, una figurina Panini o una romanza cantata da Luciano Pavarotti. Gli farebbe ascoltare qualche canzone di Francesco Guccini.
Dentro quelle canzoni c’è quasi tutto: il latino del ginnasio e il lambrusco dell’osteria, la scoperta di Hemingwày e le stoviglie color nostalgia, la legge del bar, la filologia romanza e le partite a tresette, l’Appennino e il Sessantotto, il Medioevo e via Paolo Fabbri.
Guccini era uno dei rarissimi italiani capaci di citare Villon e di bestemmiare contro il traffico nello stesso periodo, senza che le due cose sembrassero appartenere a mondi diversi.
Era un intellettuale colto e popolare.
Non un intellettuale che parlava al popolo. Quella è una figura novecentesca, noiosamente pedagogica e insopportabilmente paternalistica.
Guccini apparteneva a un’altra specie: quella di chi riusciva a far convivere, nella stessa frase, Omero e un oste di Pavana senza abbassare il primo né nobilitare il secondo.
Per questo non è mai stato un cantautore.
Era un narratore che, per ragioni storiche, aveva scelto la chitarra invece del romanzo. E solo per un pezzo della sua carriera. I romanzi, e che romanzi, arriveranno alla fine degli anni Ottanta. Quando Guccini scopre quale sia il suo vero mestiere: lo scrittore.
Vent’anni dopo gli anni Sessanta di Dio è morto in cui si incrocia la lettura de L’urlo di Allen Ginsberg con la morte di Dio di Friedrich Nietzsche.
Mi han detto
Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell’eroe
Perché è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
L’equivoco nasce dalla parola “cantautore”. In Italia è diventata quasi un titolo accademico. Si dice cantautore come si dice primario o notaio. Ma Guccini apparteneva a una tradizione molto più antica. Era un trovatore medievale precipitato nel boom economico. Le sue ballate hanno la struttura del racconto orale, il gusto della digressione, la memoria dei cantastorie, la precisione del filologo e l’ironia di chi sa che ogni verità, raccontata abbastanza a lungo, finisce inevitabilmente per diventare una barzelletta.
L’Emilia, del resto, produce da secoli questo tipo umano.
L’uomo che sembra raccontare una sciocchezza e, senza avvertire, ha già costruito una balzana teoria del mondo.
Cesare Zavattini lo faceva col cinema.
Bonvi con i fumetti.
Umberto Eco (bolognese trapiantato da Alessandria e Milano) addirittura con la semiotica.
Edmondo Berselli con il giornalismo.
Guccini con le canzoni.
Non è un caso che quasi tutti abbiano avuto un rapporto speciale con l’umorismo. L’umorismo emiliano non serve a far ridere. Serve a evitare che qualcuno si prenda troppo sul serio. È una forma di igiene civile.
Guccini la praticava con ostinazione.
Passava per burbero perché detestava la retorica. Passava per saggio perché diffidava dei sapienti. Passava per oste perché non sopportava i sacerdoti della cultura. In realtà era un bibliofilo compulsivo, un lettore onnivoro, un collezionista di storie. Aveva probabilmente più dimestichezza con la letteratura europea di molti professori universitari che ne parlavano con maggiore inconsapevolezza.
Faceva però una cosa che gli accademici riescono raramente a fare.
Nascondeva la cultura.
La cultura, in Guccini, non veniva mai esibita. Entrava in circolo come il vino: si sentiva dopo, non prima. Una citazione di Borges poteva convivere con una bestemmia in dialetto. Ariosto prendeva un bicchiere con un ferroviere. Meneghello chiacchierava con Bonvi. L’osteria diventava una biblioteca senza perdere l’odore di salame.
Era un’idea profondamente emiliana della conoscenza.
Le idee migliori non nascono nei convegni.
Nascono dopo cena.
Ho avuto il privilegio di vedere quella macchina in funzione.
Negli anni di Comix, il giornale umoristico che dirigevo con Guido De Maria per Franco Cosimo Panini, Guccini scriveva racconti che arrivavano puntuali come lettere di un vecchio amico. Erano perfetti. Piccoli romanzi comici, malinconici, coltissimi e apparentemente disordinati, come certe conversazioni che sembrano vagare senza meta e invece, dopo un’ora, hanno spiegato il carattere di un’intera civiltà.
Intorno a quel giornale gravitavano altri suoi amici: Bonvi, Magnus, Guido De Maria e una quantità di talenti che oggi riempirebbero festival e retrospettive. Allora sembrava normale. In Emilia la genialità aveva l’abitudine di sedersi allo stesso tavolo senza annunciarsi.
Qualche anno dopo, durante il premio Comix Gradara Ludens, che avevo organizzato, vidi Guccini sfidare dopo cena Umberto Eco, Roberto Benigni e David Riondino in una gara d’improvvisazione in ottava rima.
Oggi diremmo freestyle.
Con una differenza: bisognava rispettare gli endecasillabi, lo schema ABABABCC e secoli di tradizione poetica italiana.
Era il rap di Dante.
Guccini vinse.
Siamo nel 1996. Fresco di un contratto di consulenza con raidue di Carlo Freccero, organizzo il premio Comix Gradara Ludens. In contemporanea si svolge nella cittadina romagnola l’annuale convegno dei semiotici capitanati da Umberto Eco e Paolo Fabbri. I premiati sono Stefano Bartezzaghi e Alessandro Bergonzoni. Convinco Freccero. Facciamo un programma. Lui mi manda Marco Giusti come coautore, Paolo Beldì alla regia, Sabina Guzzanti e David Riondino a condurre. A Gradara, negli stessi giorni, si riuniscono anche i semiotici capitanati da Umberto Eco e Paolo Fabbri.
Già così il cast sarebbe bastato. Ma un certo punto compare persino Roberto Benigni, che in Romagna aveva l’abitudine di trascorre l’estate.
Nasce così Acrostici e Sorbini, titolo escogitato da Marco Giusti prendendo in prestito il cognome del sindaco di Gradara. Oggi il programma sopravvive su YouTube, purché qualcuno riesca ancora a ricordarsi come si scrive quel titolo.
A un certo punto della serata Guccini legge Povero Pinocchio, il celebre tautogramma con cui Umberto Eco riscrive l’intera avventura del burattino usando soltanto parole che iniziano con la lettera P.
Un esercizio di bravura e di stile che Eco affrontava con la naturalezza con cui altri compilano la lista della spesa.
Anni dopo mi disse: ridendo «Sai Beppino – mi chiamava così - che ai concerti me lo chiedono ancora? Vogliono persino che lo canti.»
Poi fece una pausa.
Le pause di Guccini erano importanti quasi quanto le parole.
Infine concluse, con quella filosofia appenninica che riusciva a demolire qualsiasi trattato:
«In capésen un cazz.»
Probabilmente aveva ragione.
Per anni abbiamo pensato che Guccini fosse soprattutto un cantautore impegnato, un simbolo generazionale, la voce della sinistra, il poeta degli sconfitti. Era anche tutto questo. Ma era soprattutto un fenomeno letterario.
Aveva capito che la cultura non serve a distinguersi dagli altri.
Serve a sedersi allo stesso tavolo.
Con un bicchiere davanti.
E abbastanza tempo per raccontare una storia.
In un Paese che ha trasformato gli intellettuali in influencer e gli influencer in opinionisti, Francesco Guccini apparteneva a una specie ormai quasi estinta. Quella degli uomini che sapevano moltissimo senza avere il minimo interesse a dimostrarlo.
Per questo sembrava un oste.
E per questo era un maestro.
L’equivoco più grande su Guccini è chiamarlo cantautore.
Lo era, naturalmente. Ma è una definizione che spiega il mestiere, non il talento. Guccini appartiene piuttosto alla famiglia dei romanzieri. Semplicemente aveva deciso che un romanzo poteva stare dentro sei minuti e una chitarra.
Ogni sua canzone è costruita come un racconto
Non nel senso banale che racconta una storia. Lo fanno quasi tutti. Guccini costruisce un punto di vista, un tempo narrativo, un personaggio, un narratore spesso inaffidabile. Fa quello che fanno i grandi romanzieri: trasforma una biografia privata in un’esperienza collettiva.
Incontro è probabilmente il miglior racconto italiano sul tempo dopo quelli di Natalia Ginzburg. Apparentemente non succede nulla. Due persone si ritrovano dopo anni. Parlano. Ricordano. Tacciono. Eppure, alla fine, il lettore comprende che il protagonista non è nessuno dei due. È il tempo stesso. Pochissimi scrittori italiani hanno saputo raccontare l’invecchiamento senza trasformarlo in elegia.
"per la prima volta vidi quegli specchi / capii i quadri, i soprammobili ed i suoi"
Eskimo, che per decenni è stata liquidata come l’inno nostalgico del Sessantotto, in realtà parla di una cosa molto più universale: il momento in cui scopriamo che le idee cambiano più lentamente dei vestiti. È un romanzo di formazione travestito da canzone politica. Dentro c’è Stendhal, non un comizio.
Amerigo è forse il suo capolavoro narrativo. «è la più bella, completa, finita, ricca di cose e forse una delle più belle che io abbia mai scritto»
La canzone parla del prozio Enrico, fratello del nonno di Francesco, emigrato negli Usa in cerca di lavoro nei primi anni del ‘900 in un’America ‘di sudore e di antracite‘, ben diversa dall’America di Paperino che aveva in mente il cantautore. Racconta un emigrante che attraversa l’oceano e scopre l’America. Ma l’America è quasi un dettaglio. Il vero tema è il momento in cui un uomo capisce che la geografia cambia meno della memoria. In sette minuti Guccini riesce a fare ciò che molti romanzieri non ottengono in quattrocento pagine: raccontare la malinconia come categoria storica.
La locomotiva sembra una ballata anarchica. Lo è. Ma è anche un romanzo russo. Il macchinista lanciato contro il treno dei potenti appartiene alla famiglia dei personaggi di Tolstoj e Dostoevskij: uomini divorati da un’idea più grande di loro. La politica diventa destino.
Poi arriva L’avvelenata. Molti la considerano una risposta ai critici. In realtà è il più brillante saggio italiano sulla critica scritto in forma di canzone. Guccini vi dice una cosa semplicissima: lo scrittore non deve spiegarsi. Deve scrivere. È un manifesto estetico molto più che uno sfogo personale. Dietro gli insulti c’è una teoria dell’arte: il rapporto tra autore e opera è sempre meno lineare di quanto i recensori vorrebbero.
E infine Farewell e Quattro stracci. Qui Guccini raggiunge una maturità quasi proustiana. L’amore non è più una passione. È una forma della memoria. Le persone amate sopravvivono come sopravvivono le città dell’infanzia: cambiano continuamente dentro chi le ricorda.
Scrive Giulia Cavaliere «Nel suo disco capolavoro del 1990, Quello che non, la seconda traccia Canzone delle domande consuete esplicita alla perfezione questa caratteristica gucciniana, facendo della domanda il tema chiave del brano stesso, ma il canzoniere di Guccini di domande esplode ed è quello dell'uomo colto del secolo scorso che di domande s'è fatto e di domande vive.»
Per questo Guccini non ha mai scritto davvero canzoni generazionali.
Ha scritto romanzi sulla memoria.
Ed è una differenza enorme.
Le canzoni generazionali invecchiano insieme alla generazione che le ha cantate.
I romanzi continuano a trovare nuovi lettori.
Per questo oggi Incontro, Amerigo o Farewell parlano con la stessa intensità a chi non ha mai votato PCI, non ha mai indossato un eskimo e forse non sa nemmeno cosa fosse un’osteria di Pàvana.
Parlano dell’unica cosa che non cambia.
Il tempo.
I romanzi
Chi pensa che Guccini abbia smesso di raccontare quando ha smesso di incidere dischi, probabilmente non ha letto i suoi libri. In realtà ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: osservare il tempo mentre passa attraverso le persone.
Croniche epafàniche è il suo Spoon River appenninico. Pavana non è soltanto un paese; è un universo morale dove ogni personaggio, anche il più marginale, possiede una voce, un lessico, una piccola filosofia domestica. Guccini fa con l’Appennino quello che García Márquez fa con Macondo o Guareschi con la Bassa: trasforma un luogo geograficamente minuscolo in una categoria dello spirito.
“Sono nato a Modena il 14 giugno 1940, dopo pochi mesi mi sono trasferito (o meglio mi hanno portato) a Pàvana (Pistoia) nella casa dei nonni paterni dove ho trascorso i primi anni di vita: là si svolgono le Cròniche. Ho fatto diverse cose, tra queste ho scritto e cantato delle canzoni.” (Francesco Guccini)
“La ballata più lunga e appassionata di Francesco Guccini. Guccini lascia la chitarra e si fa accompagnare da un fiume. Per attraversare lingue musicali e misteriose, un popolo allegro e ribelle, un’isola favolosa in pochi metri d’acqua, che forse esistono ancora appena fuori delle nostre città.” (Stefano Benni)
Vacca d’un cane è invece il suo vero romanzo di formazione a Modena. Il ragazzo che attraversa il dopoguerra non è un eroe, ma un osservatore curioso che scopre il mondo attraverso la lingua, i libri, la musica, gli amici. È il laboratorio da cui nasceranno le canzoni: lì si formano l’ironia, la malinconia, l’ostinata diffidenza verso ogni retorica.
La città è Modena, la «Città della Mòtta», e Francesco ci arriva in treno con i genitori, migrati da quelle campagne d’Appennino che Guccini ha cantato nel suo romanzo d’esordio, Cròniche Epafániche. Qui tutto è nuovo: la pronuncia dei compagni, i padri che d’inverno indossano il cappotto, la nebbia, la pianura, il cibo, e poi la scuola, Suor Carmelina… E dopo le tabelline, Coppi e Bartali, arrivano anche la bicicletta, i balli, i 45 e i 33 giri, e il gruppo con cui suonare nelle balere… Storie e ricordi personali si intrecciano in questo romanzo a metà tra la saga popolare e il racconto di formazione che trova la sua originalità in un linguaggio personalissimo, sanguigno e autentico.
Con Cittanòva Blues Guccini compie un’operazione ancora diversa. Racconta una provincia che sta cambiando pelle, dove il blues non è un genere musicale ma uno stato d’animo. La modernità arriva lentamente, senza effetti speciali, e modifica il paesaggio prima ancora delle persone. Anche qui, più che la trama, conta il respiro: il romanzo procede come una lunga conversazione. Cittanòva blues è Bologna dalla fine degli anni Cinquanta all’inizio degli anni Settanta. Guccini racconta la vita picaresca dei “musici” negli anni Sessanta e quella dei ragazzi e delle ragazze di allora, con tutti i loro luoghi, i loro miti e i loro sogni: la prima Cinquecento, la garconnière, la naia, le osterie, i primi gruppi musicali, che oggi sono le band ma una volta si chiamavano ancora complessi. È un canto, quello di Guccini, su una città, un’epoca e un mondo che non ci sono più. Ma lo spirito è tutt’altro che provinciale: il respiro è ampio, felice, liberatorio, come quello del blues dei neri d’America che evoca i grandi paesaggi della Louisiana e di New Orleans.
Poi c’è La legge del bar e altre comiche, forse il libro che rivela meglio il Guccini meno celebrato. Quello che molti scambiavano per semplice cazzeggio era, in realtà, un’arte difficilissima. Far ridere è una cosa. Far ridere senza perdere un grammo d’intelligenza è un’altra. Quelle pagine dimostrano quanto Guccini appartenesse alla grande tradizione dell’umorismo emiliano, quella di Zavattini, di Campanile per adozione, di Bonvi, di Berselli: una comicità che non serve a distrarre dalla realtà, ma a smontarne le pretese di serietà.
Infine Non so che viso avesse. Quasi un’autobiografia. Che gli ho strappato come editor. Che scassacazzi che sei Beppino. Vattene. È il gesto più elegante che uno scrittore possa compiere: parlare di sé evitando accuratamente di mettersi al centro.
Riletti oggi, questi libri confermano un’impressione che le canzoni lasciavano soltanto intuire. Guccini non ha mai abitato davvero un genere. Le canzoni hanno spesso il passo del romanzo; i romanzi hanno il ritmo della conversazione; i racconti sembrano monologhi da osteria. Tutto confluisce in una sola, grande opera costruita intorno a un’idea semplice e quasi ottocentesca della letteratura: raccontare gli uomini prima delle idee, le voci prima delle teorie, il tempo prima della storia.
Forse è anche per questo che Guccini continuerà a essere letto quando le etichette di “cantautore”, “scrittore”, “intellettuale” o “simbolo generazionale” avranno perso importanza. Le etichette appartengono alle chiacchiere.
Le storie appartengono ai lettori.






Grazie signor Beppino…
…minchione qual sono
a tanta ben descritta stima
m’inchino
e giusto per dire
immagini un cin cin
con un bel fresco bianchino…
🥂
Che bell’articolo!! Grazie